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Fuga, sfollamento e migrazione in Bosnia-Erzegovina

Un Paese tra le ripercussioni della guerra, la diaspora e la rotta Balcanica

Di Belma Zulčić

Campo non sminato nei pressi di Sarajevo nel 2000. Foto: Lauras Eye/Flickr CC BY-ND 2.0

Gli sfollamenti degli anni ’90 segnano ancora oggi la storia della Bosnia-Erzegovina e sono indispensabili per comprenderla. Durante la guerra dal 1992 al 1995, la fuga non era solo una conseguenza della violenza militare, ma pianificata, organizzata e utilizzata come strumento strategico di guerra. La cosiddetta «pulizia etnica» serviva a distruggere città, villaggi e quartieri multietnici formatisi nel corso della storia, a espellere in modo permanente gruppi di popolazione indesiderati dalle loro regioni d’origine e a creare, con la violenza, nuove realtà politiche e territoriali.

Aree etnicamente omogenee
Espulsioni, omicidi di massa, campi di concentramento, stupri, deportazioni, intimidazioni sistematiche e la distruzione di luoghi di culto e siti culturali facevano parte dello stesso progetto politico: la creazione di spazi etnicamente omogenei. Durante la guerra, circa 2,2 milioni di persone furono espulse dalle loro case o costrette alla fuga – circa la metà della popolazione della Bosnia-Erzegovina prima della guerra.

I tribunali internazionali hanno qualificato molti di questi atti come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, nel caso di Srebrenica, come genocidio. Le sentenze pronunciate nei confronti dei principali responsabili, quali Radovan Karadžić e Ratko Mladić, confermano che l’espulsione della popolazione non-serba non è stata un semplice effetto collaterale della guerra. È stata parte di un progetto politico e militare sistematico – le cui conseguenze continuano a segnare la Bosnia-Erzegovina ancora oggi.

Paura, discriminazione e pressioni politiche
A distanza di tre decenni dall’Accordo di Dayton, gli sfollati non sono ancora tornati tutti. È vero che l’Allegato 7 dell’Accordo garantisce a tutti i rifugiati e agli sfollati interni il diritto al ritorno nei luoghi di origine e alla restituzione dei propri beni. Nella pratica, il ritorno rimane ancora oggi in gran parte formale, precario o ostacolato da barriere sociali. Molte persone, pur avendo riottenuto i propri beni, non si sono trovati in condizioni vivibili: mancano posti di lavoro, le scuole e gli uffici amministrativi sono caratterizzati da divisioni etniche, le infrastrutture rimangono distrutte o trascurate e in molti luoghi persistono paura, discriminazione e pressioni politiche.

Ancora nel 2022, la delegazione dell’UE in Bosnia-Erzegovina ha sottolineato che migliaia di sfollati interni continuano a vivere in alloggi collettivi o provvisori. Secondo stime disponibili, nell’attuale Republika Srpska è tornata solo una minima parte degli sfollati non-serbi: circa 136.000 bosniaci su circa 496.000 sfollati da quella zona, mentre il censimento del 2013 ne ha registrati in totale solo circa 175.000, tra bosniaci e croati – rispetto ai 585.000 di prima della guerra.

Distruzione sistematica di moschee, cimiteri, monumenti
Si aggiunge il fatto che il ritorno non porta una vera e propria riattivazione sociale. In molti luoghi sono tornate soprattutto le persone anziane, mentre i più giovani sono rimasti nella diaspora o nelle città a causa della mancanza di posti di lavoro, delle infrastrutture carenti, dell’instabilità politica e della mancanza di prospettive future. In molte comunità di rimpatriati, questo fatto ha causato la formazione di strutture con una popolazione invecchiata e socialmente fragile.

Inoltre, l’espulsione dai territori dell’odierna Republika Srpska non era rivolta esclusivamente alle persone stesse, ma a cancellare le tracce tangibili della loro esistenza. La distruzione sistematica di moschee, chiese cattoliche, cimiteri, biblioteche, archivi, monumenti culturali, centri storici e monumenti nazionali faceva parte della stessa strategia: la presenza del gruppo etnico «altro» doveva essere cancellata dal paesaggio, dalla memoria e dalla storia.

Promesse incompiute di Dayton
In questo modo sono stati minati e distrutti sia beni materiali, sia la continuità culturale. È proprio qui che risiede la particolare gravità della “pulizia etnica”: di essere diretta contro le persone, contro i luoghi e contro il diritto delle comunità di rimanere visibili come parte storicamente radicata del loro territorio.

L’espulsione in Bosnia-Erzegovina non è solo un tema storico, ma una questione strutturale irrisolta. Le conseguenze demografiche della guerra si rispecchiano oggi nei comuni, nel comportamento elettorale, nei rapporti di proprietà, nelle strutture educative e nel potere politico fino ai giorni nostri. Laddove non c’è stato ritorno, gli obiettivi di guerra si sono consolidati a posteriori.

Ciò risulta particolarmente evidente nella Republika Srpska, dove i bosniaci si trovano a dover affrontare il mancato riconoscimento della lingua bosniaca, pratiche educative discriminatorie e l’emarginazione culturale e memoriale.

Si aggiunge la continua negazione del genocidio di Srebrenica, la relativizzazione dei crimini di guerra giudiziariamente accertati e le minacce politiche di secessione della Republika Srpska e di annessione alla Serbia. Tali sviluppi non sono mera retorica: minano l’Accordo di Dayton, destabilizzano lo Stato e re-traumatizzano i sopravvissuti.

Programmi scolastici separati per etnia
A livello sociale, il trauma della guerra non è mai stato sufficientemente elaborato. Molte vittime vivono con conseguenze psicologiche non curate derivanti dall’espulsione, dalla detenzione nei campi, dalla violenza sessuale, dalla tortura, dalla perdita dei propri cari e dall’assedio. Questo trauma continua a ripercuotersi nelle famiglie e nelle comunità e viene spesso trasmesso alle generazioni successive.

Il sistema delle «due scuole sotto lo stesso tetto» rimane particolarmente problematico. In questo sistema i bambini frequentano la scuola nello stesso edificio, ma seguono programmi scolastici separati in base all’etnia. Secondo un’indagine approfondita dell’OSCE del 2018, 56 scuole in 28 località della Federazione di Bosnia-Erzegovina erano divise in questa maniera, creando e mantenendo una politica nazionalista.

Tutto ciò non favorisce la riconciliazione, ma istituzionalizza la separazione.

Ricordo della guerra a Mostar, capoluogo del cantone di Erzegovina-Neretva. Foto: Dennis Jarvis/Flickr CC BY-SA 2.0

Il conflitto non finisce con la restituzione di una casa
La retorica nazionalista e le minacce di secessione sempre più esplicite dai politici della Republika Srpska impediscono a molti sfollati di tornare definitivamente e aumentano la pressione su coloro che hanno già osato fare il passo verso la loro vecchia patria. L’attuale clima politico di intimidazioni, violenze legate al ritorno, discriminazioni e negazione del genocidio costituisce un vero e proprio fattore di spinta.

A trent’anni dalla fine della guerra, appare chiarissimo: un conflitto non finisce con la restituzione di una casa. Finisce quando la lingua, la memoria, l’istruzione, la sicurezza, la partecipazione politica e la dignità dei rimpatriati vengono effettivamente tutelate.

Allo stesso tempo, la diaspora della Bosnia-Erzegovina è diventata una colonna portante dell’economia del Paese. Centinaia di migliaia di persone che durante e dopo la guerra sono emigrate in Germania, Austria, Svezia, Svizzera, Stati Uniti, Australia o in altri Stati, oggi sostengono famiglie, comunità e la economia locale.

Le rimesse sono un fattore di stabilità: secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2024 le rimesse personali verso la Bosnia-Erzegovina ammontavano a circa 3,12 miliardi di dollari USA, pari al 10,6% del PIL. La diaspora compensa le carenze dello Stato, attenua la povertà e sostiene i consumi, l’assistenza, l’istruzione e gli investimenti nell’edilizia in molte regioni.

Punto di forza e segnale d’allarme
Da un punto di vista politico, ciò rappresenta al tempo stesso un punto di forza e un segnale d’allarme. Un Paese che, in misura così ampia, è sostenuto dalla propria popolazione emigrata deve coinvolgere strategicamente la propria diaspora – come fonte di denaro per la popolazione locale, e come portatrice di conoscenze, reti, esperienza democratica e potenziale di investimento.

Recentemente si è aggiunta un’altra stratificazione della politica migratoria: da anni la Bosnia-Erzegovina è un paese di transito importante lungo la cosiddetta rotta dei Balcani occidentali verso l’Unione Europea. Persone provenienti dall’Afghanistan, dalla Siria, dal Pakistan, dal Marocco, dall’Algeria, dal Bangladesh, dall’Iran e da altri paesi cercano di raggiungere l’UE attraverso questa regione, in particolare la Croazia e, successivamente, l’Europa occidentale. I rapporti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM) sulla rotta dei Balcani occidentali documentano che la Bosnia-Erzegovina continua a far parte di questi flussi migratori e che molti migranti e persone che richiedono protezione vengono ripetutamente respinti alle frontiere.

Una più stretta collaborazione con l’UE
La posizione geografica del Paese – confina con la Serbia, il Montenegro e la Croazia, Stato membro dell’UE – rende la Bosnia-Erzegovina un crocevia in materia di politica migratoria, nonostante le sue capacità istituzionali siano limitate.

Questo ruolo di paese di transito mette in luce un’ulteriore fonte di tensione: uno Stato che ancora oggi subisce le conseguenze della fuga, dello sfollamento e dei rimpatri incompleti si trova ora ad affrontare il compito di trattare in modo dignitoso chi cerca protezione, gestire le frontiere e, al contempo, soddisfare le aspettative europee.

La più stretta collaborazione concordata nel 2025 tra la Bosnia-Erzegovina e l’UE nel settore della protezione delle frontiere dimostra che la migrazione viene sempre più considerata anche come parte integrante del processo di avvicinamento all’UE e dell’agenda di sicurezza. Tuttavia sarà fondamentale che la logica della sicurezza non prevalga sulle responsabilità in materia di diritti umani.

Secondo i dati del Servizio stranieri della Bosnia-Erzegovina, da gennaio a marzo 2026 sono stati registrati complessivamente 3.574 migranti al loro arrivo in Bosnia-Erzegovina. A metà aprile 2026, secondo i dati dell’OIM, 1.257 persone erano ospitate in centri di accoglienza temporanea; la capacità complessiva dichiarata di questi centri era di 3.218 posti. L’OIM indica attualmente tre centri di accoglienza attivi: Blažuj, Ušivak e Lipa.

La Bosnia-Erzegovina si trova quindi a un doppio crocevia in materia di politica migratoria: è un paese di sfollati, un paese di emigrati e, al tempo stesso, un paese di transito per nuovi flussi di fuga e migrazione. Quando si parla di migrazione in Bosnia-Erzegovina questi due livelli sono inseparabili.

L’esperienza storica dello sfollamento impone una particolare sensibilità nei confronti di chi cerca protezione. Allo stesso tempo, la comunità internazionale deve riconoscere che le conseguenze della guerra nel paese stesso non sono ancora superate. Una politica lungimirante necessita quindi di tre chiare priorità: l’attuazione coerente del diritto al ritorno, il coinvolgimento strategico della diaspora e una politica migratoria basata sui diritti umani lungo la rotta dei Balcani occidentali. Solo così la Bosnia-Erzegovina potrà superare la sua situazione di Stato postbellico e di transito perennemente gravato da queste problematiche e stabilizzare a lungo termine il proprio tessuto sociale.

Belma Zulčić é la direttrice della sezione APM/GfbV a Sarajevo.