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Un fenomeno tra definizione e realtà

Cambiamento climatico: causa di migrazione forzata

Articoli di Paula Fischer e Finn Harmsen

Santa Cruz del Islote è l’isola più densamente popolata dell’arcipelago di San Bernardo. Si trova appena sopra il livello del mare. Foto: Santiago Aldana Rivera

Il consenso scientifico indica che il cambiamento climatico danneggia i nostri ecosistemi comportando gravi conseguenze per la vita sul pianeta. Di conseguenza, gruppi di popoli vulnerabili vengono costretti ad abbandonare le proprie terre d’origine a causa degli effetti del cambiamento climatico. Tuttavia, le conoscenze sulla misura in cui il cambiamento climatico trasformi una persona in un profugo e su quante persone vengano sfollate oltre i confini nazionali e all’interno dei propri paesi sono ancora limitate. Il presente dossier affronta il tema degli sfollamenti causati dal cambiamento climatico sulla base di due testi tratti dall’ultimo numero di «Für Vielfalt». Paula Fischer si occupa del quadro giuridico relativo ai rifugiati climatici, mentre Finn Harmsen presenta un caso di studio dalla Colombia sulla gestione dei rifugiati climatici.

Il villaggio di Shishmaref, destinato a scomparire, sull’isola di Sarichef, nel nord dell’Alaska. Qui vivono prevalentemente Inuit, che hanno già deciso più volte di trasferirsi altrove. Sono considerati i primi rifugiati ambientali del Nord America. Foto: Bering Land Bridge National Preserve/Wikipedia CC BY 2.0

1 – Una definizione mancante, un rischio per la vita
Di Paula Fischer

Il dibattito sul riconoscimento dei rifugiati climatici sta suscitando sempre maggiore attenzione. Però siamo ancora lontani da un consenso internazionale.

Inondazioni, siccità, ed isole che sprofondano nel mare. In Bangladesh e in Vietnam i terreni agricoli diventano sempre più salini a causa dell’innalzamento del livello del mare, mentre altri paesi dell’Asia meridionale e dell’Africa devono affrontare siccità sempre più frequenti ed eventi meteorologici estremi. Questi cambiamenti ambientali costringono le persone ad abbandonare le proprie case. Tuttavia, quando si parla di rifugiati, spesso non si fa riferimento al cambiamento climatico, ma soprattutto alle guerre. Eppure, già oggi le catastrofi naturali causano un numero di sfollati più di tre volte superiore rispetto ai conflitti violenti. Gli esperti prevedono inoltre che nei prossimi anni le catastrofi ambientali si aggraveranno e diventeranno più frequenti.
In realtà, i diritti dei rifugiati sono disciplinati dalla Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati del 1951, firmata dalla maggior parte dei paesi. In concreto, essa definisce i rifugiati come persone perseguitate a causa della loro religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica e costrette ad abbandonare la propria patria. Le persone che subiscono un destino simile a causa dei cambiamenti climatici e delle catastrofi ambientali non sono menzionate nella Convenzione. Di conseguenza, non hanno diritto a una protezione internazionale analoga.

Nessuna tutela per i rifugiati climatici?
Secondo l’UNO-Flüchtlingshilfe (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati – sede a Bonn), nel 2024 circa 45,8 milioni persone sono state costrette ad abbandonare la propria patria a causa dei cambiamenti ambientali legati al clima e delle catastrofi. La maggior parte di loro rimane nel proprio Paese d’origine come sfollati interni. Solo pochi fuggono oltre i confini nazionali.

Darfur: Il primo conflitto climatico
Solo nel caso in cui fuggano da conflitti politici causati da catastrofi ambientali, le persone verrebbero classificate come rifugiati e incluse nel meccanismo di protezione della Convenzione. In molti casi i paesi particolarmente colpiti dagli effetti del cambiamento climatico sono proprio quelli in cui regnano già una situazione tesa e l’instabilità politica. I conflitti interni sono aggravati dalla carenza di cibo o di acqua e possono degenerare più facilmente in situazioni simili a quelle di una guerra.

La guerra nel Darfur è un ben noto esempio ed è definita da alcuni come il «primo conflitto legato al cambiamento climatico». A causa dell’espansione del Sahara e della conseguente minaccia ai mezzi di sussistenza, negli ultimi decenni si sono intensificati gli scontri tra diversi gruppi sociali sudanesi già in conflitto tra loro. L’esempio dimostra che è l’interazione di diverse cause economiche, sociali e politiche a spingere le persone alla fuga, e raramente una sola causa. Per questo motivo molti studiosi criticano la definizione rigida di «rifugiato», che non tiene conto degli effetti del cambiamento climatico.

La mappa del mondo mostra le aree in cui, a causa dei cambiamenti climatici, i mutamenti ambientali locali potrebbero portare a fenomeni di esodo climatico. Fonte: KVDP/Wikipedia CC-BY-SA-3.0

Ampliare la definizione metterebbe a rischio i diritti dei rifugiati
Quindi la Convenzione di Ginevra sarebbe da riformare? Diverse organizzazioni internazionali si dichiarano contrarie. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) evita di parlare di “rifugiati climatici” e li definisce “persone costrette ad abbandonare la propria patria a causa di catastrofi o cambiamenti ambientali”. La motivazione è il timore che il concetto di «rifugiato» possa essere indebolito. Di conseguenza, tutti i diritti ad esso associati – che sono già compromessi – potrebbero essere ulteriormente minati non appena la categoria venisse estesa ai rifugiati climatici.

L’Environmental Justice Foundation sostiene che bisogna elaborare meccanismi di protezione, adeguati alla situazione specifica dei rifugiati climatici, anziché ampliare la Convenzione esistente. Di questa questione si occupa, tra gli altri, l’Iniziativa Nansen, fondata nel 2015, attraverso la sua piattaforma dedicata agli «sfollamenti causati da disastri». Il suo obiettivo è sviluppare un approccio transregionale e uniforme nei confronti delle persone sfollate a causa dei cambiamenti climatici.

Il Consiglio d’Europa riconosce la crisi climatica come causa di fuga
Un segnale positivo è stato offerto anche dalla risoluzione del Consiglio d’Europa del 2019, che ha stabilito che gli Stati membri hanno comunque l’obbligo di sviluppare politiche più efficaci per gestire i rifugiati climatici. Il Consiglio riconosce quindi il cambiamento climatico e le sue conseguenze come validi motivi di fuga e sottolinea che queste persone meritano protezione internazionale. Inoltre, viene sottolineata la responsabilità specifica dei paesi industrializzati membri del Consiglio d’Europa nei confronti dei paesi del Sud del mondo, poiché hanno contribuito in modo determinante al cambiamento climatico, che ora sta diventando la causa della fuga delle persone da queste regioni. Sebbene le decisioni del Consiglio d’Europa non siano vincolanti e abbiano quindi ben poca forza per essere effettivamente applicate in tutti gli Stati membri, tuttavia dimostrano una crescente attenzione verso il riconoscimento dei rifugiati climatici.

Rischi climatici estremi aumentano
Nel 2020 il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha stabilito che le cause ambientali non costituiscono necessariamente l’unico motivo per cui i rifugiati possano ottenere l’asilo. Tuttavia, gli Stati non dovrebbero rimpatriare persone in paesi in cui le condizioni climatiche mettono a rischio la loro sopravvivenza. È stato stabilito che gli individui non hanno l’obbligo nei confronti degli Stati di fornire prove del pericolo diretto per la propria vita, ma che sia gli eventi improvvisi sia i processi che si sviluppano lentamente sono considerati allo stesso modo motivi validi per le richieste di asilo. Ciò è stato visto come una tappa importante per la protezione dei rifugiati climatici.

Le reazioni internazionali al riguardo sono rimaste contrastanti. Poche settimane dopo, ad esempio, il governo federale tedesco ha annunciato che non avrebbe riconosciuto i rifugiati climatici come tali e che, di conseguenza, non avrebbero avuto diritto ad alcuna misura di protezione speciale. Nel suo comunicato ha fatto riferimento alla Convenzione di Ginevra e alla sua definizione di rifugiato, contraddicendo la precedente sentenza del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. In Italia invece, una sentenza della Cassazione riconosce i rischi ambientali come causa di lesione dei diritti umani. Ciò dimostra che il riconoscimento internazionale dei rifugiati climatici sembra essere ancora oggetto di dibattito.

Le Nazioni Unite stimano che entro il 2040 il numero dei paesi colpiti da rischi climatici estremi passerà da 3 a 65. Di conseguenza, questo tema acquisirà sempre maggiore importanza e, con l’aumento delle temperature, crescerà anche il numero delle persone costrette a fuggire.

Spesso sono le persone socialmente ed economicamente svantaggiate a dover vivere nelle immediate vicinanze delle rive dei fiumi e, di conseguenza, a essere particolarmente colpite dalle inondazioni. Foto: Juan Sebastian Echeverry/Flickr CC BY 2.0

2 – Quando l’acqua sale …
Di Finn Harmsen

Gli sfollamenti causati dai cambiamenti climatici non sono più una rarità, eppure molte delle persone colpite continuano a soffrire per la mancanza di un riconoscimento giuridico. Senza uno status giuridico chiaramente definito, viene loro negato l’accesso alla protezione e all’assistenza. La Colombia si sta impegnando per affrontare questo problema e sta dimostrando un possibile modo di gestire gli sfollamenti causati dai cambiamenti climatici.

Alla fine di maggio 2015, Ana Librada Niño de Mendoza e suo marito José Noé Mendonza Bohórquez sono stati costretti ad abbandonare la loro casa. Dopo giorni di abbondanti piogge, i fiumi nel nord-est della Colombia sono esondati. La loro fattoria, situata nei pressi di Saravena, una piccola città nello stato colombiano di Arauca, non lontano dal confine con il Venezuela, è sommersa dall’acqua.

Le inondazioni non sono un fenomeno insolito nella regione. Il Río Arauca e i suoi numerosi affluenti esondano ripetutamente durante la stagione delle piogge. Inondano i terreni circostanti, garantendo così da generazioni la fertilità del suolo. Ma nel 2015 le masse d’acqua mandano in frantumi questo equilibrio: le intense precipitazioni fanno gonfiare i fiumi in modo incontrollato, inondando intere zone. La coppia è riuscita a mettersi in salvo solo grazie all’aiuto di altre persone, la loro casa distrutta, il raccolto perso, il bestiame spazzato via.

Quando il cambio climatico costringe a fuggire
Quando parliamo delle conseguenze del cambiamento climatico, la fuga e la migrazione raramente sono al centro dell’attenzione. Eppure, sono ormai una realtà. In Colombia questa tendenza si sta manifestando in modo sempre più evidente. Solo nel 2023, circa 350.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa di inondazioni, tempeste e altri eventi climatici – il 25% in più rispetto all’anno precedente. Per la prima volta, il numero di persone sfollate a causa di fattori climatici ha superato quello delle persone sfollate a causa di conflitti armati. E la situazione peggiora: secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), già con un riscaldamento globale di 1,5 gradi il numero di persone colpite dalle inondazioni in Colombia potrebbe più che raddoppiare.

Sfollati senza diritti
Nonostante questa evoluzione, la legislazione a livello mondiale non è al passo: finora quasi nessuno Stato ha riconosciuto giuridicamente il cambiamento climatico come causa di migrazione forzata. In Colombia, lo sfollamento è stato a lungo inteso esclusivamente nel contesto del conflitto armato. Di conseguenza, la protezione, l’assistenza e le misure di risarcimento erano limitate a questo gruppo di vittime. Chi veniva sfollato a causa di inondazioni, tempeste o altri eventi climatici rimaneva escluso dal sistema. Lo Stato reagiva sì all’emergenza e forniva aiuti in caso di calamità, ma mancava un quadro giuridico che definisse lo status degli sfollati e ne regolasse l’accesso all’assistenza, alla protezione e al sostegno.

La battaglia legale dei Mendoza
Ana Librada Niño de Mendoza e José Noé Mendonza Bohórquez hanno dovuto fare questa esperienza. Dopo essere stati costretti ad abbandonare la propria casa a causa delle inondazioni, hanno presentato domanda presso l’ente statale per l’assistenza alle vittime del conflitto armato (Unidad para la Atención y Reparación Integral para las Víctimas, UARIV) affinché fossero riconosciuti come vittime di sfollamento forzato.

Quando l’UARIV ha negato loro le prestazioni previste, la coppia, con grande determinazione, ha fatto ricorso in tribunale presentando una cosiddetta «tutela», un ricorso costituzionale molto diffuso in Colombia. Nel loro ricorso sottolineano che vengono loro negati diritti fondamentali: il diritto all’alloggio, al lavoro, al cibo e a un minimo vitale. Anche il loro diritto alla vita e alla sicurezza personale era stato messo a rischio, poiché lo Stato non aveva reagito in modo adeguato ai pericoli causati dalle inondazioni. Ma soprattutto, hanno ritenuto che fosse stato violato il loro diritto alla parità di trattamento. Mentre le vittime del conflitto armato ricevono sostegno statale, a loro – nonostante avessero perso anch’essi tutto – è stato negato tale aiuto. La loro richiesta è semplice: essere riconosciuti come sfollati e ottenere accesso agli stessi diritti e aiuti di cui godono gli altri sfollati forzati.

Le forze di intervento colombiane prestano soccorso nella zona alluvionata. Foto: National Police of Colombia/Wikipedia CC BY-SA 2.0

Una sentenza storica
Nell’aprile 2024 – quasi dieci anni dopo che Ana Librada Niño de Mendoza e José Noé Mendonza Bohórquez sono stati costretti a migrare – la Corte costituzionale della Colombia riconosce lo sfollamento dovuto al cambiamento climatico come una forma di espulsione forzata che viola in modo grave e multidimensionale i diritti umani delle persone colpite. In questa sentenza storica, la Corte dà quindi ragione ai ricorrenti. In quanto vittime di sfollamento forzato, essi hanno diritto, al pari delle vittime di sfollamento nel contesto di conflitti armati, all’accesso ai sistemi di protezione e alle prestazioni statali. Chi perde i propri mezzi di sussistenza a causa di inondazioni o di altre conseguenze della crisi climatica non deve essere svantaggiato dal punto di vista giuridico.

Il tribunale va oltre: obbliga lo Stato a sviluppare una politica globale per affrontare gli sfollamenti causati dal cambiamento climatico. In questo modo la Colombia assume un ruolo pionieristico nella regione e lancia un segnale che si irradia oltre i confini nazionali.

Un ruolo pionieristico in America Latina
Nel dicembre 2025 il governo colombiano ha reagito alla sentenza. La Colombia è il primo Paese dell’America Latina a riconoscere giuridicamente gli sfollamenti causati dai cambiamenti climatici. Le persone che, come Ana Librada Niño de Mendoza e José Noé Mendonza Bohórquez, sono state sfollate a causa di catastrofi naturali o altri cambiamenti climatici, vengono ora ufficialmente riconosciute come vittime di sfollamento forzato e hanno diritto alla protezione e al sostegno dello Stato.

A più di dieci anni dalla loro fuga, il loro caso sta producendo effetti concreti. Anziché trovarsi indifesi in una zona grigia dal punto di vista giuridico, le persone che in futuro subiranno un destino simile godranno ora di diritti chiaramente definiti. Allo stesso tempo, dovranno essere adottate misure preventive contro futuri sfollamenti causati dal cambiamento climatico, al fine, nel migliore dei casi, di prevenirli o, in alternativa, di poter reagire in modo adeguato.

Massima urgenza: il banco di prova della nuova legge
L’urgenza della nuova legge è evidente. Nel febbraio di quest’anno, precipitazioni di portata storica in diversi stati della Colombia hanno provocato gravi inondazioni. Sono state colpite più di 250.000 persone e migliaia di esse hanno dovuto abbandonare le proprie case. Il 42. presidente Gustavo Petro ha parlato di eventi «di portata senza precedenti». Le intense precipitazioni hanno colto di sorpresa molte località, poiché il Paese si trovava ancora nella stagione secca. Per la nuova legge questa è la prima prova del fuoco. Solo la pratica potrà ora dimostrare se le misure di protezione e sostegno promesse saranno efficaci.

Verso una ricollocazione forzata?
Una cosa è certa: nel 2017 la prima isola dell’arcipelago di San Bernardo è stata inghiottita dal mare, e altre seguiranno. Per molti abitanti non si tratta più da tempo di preservare la propria terra d’origine, ma di stabilire quando dovranno abbandonarla. La nuova legge crea per la prima volta una base giuridica anche a tal fine. Insieme alla popolazione locale occorre ora elaborare un piano d’azione per i prossimi anni e definire misure di protezione immediate. Resta da vedere se si riuscirà a gestire i trasferimenti in modo socialmente equo e a proteggere efficacemente le persone colpite.

Isole che stanno scomparendo
La situazione è particolarmente precaria nelle isole caraibiche della Colombia. Molte si trovano a pochi metri sul livello del mare e sono direttamente esposte alle conseguenze del riscaldamento globale. Ciò che questo comporta per gli abitanti delle isole è già evidente: le inondazioni sono sempre più frequenti. Nell’arcipelago di San Bernardo alcune isole sono ormai sommerse dall’acqua durante l’alta marea. Le case subiscono danni e persino la scuola ne risente ripetutamente. Tuttavia, le misure adottate dallo Stato rimangono finora limitate. Molti abitanti si sono quindi attivati autonomamente: attraverso iniziative locali costruiscono dighe provvisorie di conchiglie per arginare le onde e piantano mangrovie per stabilizzare le coste.

La storia dei Mendoza, la situazione a San Bernardo e altre parti della Colombia, dimostrano che già oggi la crisi climatica influenza la vita di molte persone in modo drastico e multidimensionale. Poiché manca il riconoscimento giuridico del cambiamento climatico come motivo di fuga, le persone colpite sono protette in modo insufficiente e private dei diritti fondamentali. La Colombia ne ha preso atto e ha rafforzato i diritti e lo status dei rifugiati climatici.

Altri paesi dovrebbero seguire l’esempio e colmare le lacune esistenti. Nella lotta contro la crisi climatica, oltre alla tutela dell’ambiente, occorre sempre tenere in considerazione anche quella dei diritti umani.

[Info]
Paula Fischer è collaboratrice freelance della GfbV.
Finn Harmsen sta svolgendo un tirocinio presso l’Ufficio per i popoli indigeni della GfbV.