Wolfgang Mayr in conversazione con Thomas Schmidinger
Il professor Thomas Schmidinger insegna Scienze politiche a Erbil (Hewlêr), capitale della Regione autonoma del Kurdistan. Fin dalla giovinezza si interessa del Kurdistan. È cresciuto nel Vorarlberg, dove a 15 anni si politicizzò e fondò un gruppo giovanile eco-anarchico. All’epoca, in Vorarlberg, i curdi e curde austriaci erano numericamente più rappresentati della sinistra austriaca. A 16 anni nacque il contatto con attivisti curdi e curde.
Durante gli studi a Vienna, Schmidinger viaggiò nel 1999 in Siria e nel 2004 in Iraq. All’inizio si trattò di brevi visite nelle regioni curde; col tempo si impegnò sul posto con la sua ONG, che sosteneva soprattutto progetti per donne. Più avanti Schmidinger accompagnò politici europei in Rojava e a Erbil. Dal 2012, quando i territori del Nord e dell’Est della Siria ottennero di fatto la loro autonomia, Schmidinger ha viaggiato in Rojava almeno una volta all’anno.
Un professore dell’Università del Kurdistan Hewlêr, amico di Schmidinger, gli ha chiesto se non volesse venire a Erbil (Hewlêr) come professore associato. Nell’anno accademico 2022/23 Schmidinger ha accettato l’incarico creando entusiasmo tra i suoi studenti. Gli è stato offerto di restare come professore all’università. Per non dover abbandonare del tutto la sua vita e la sua carriera a Vienna, Schmidinger e l’Università del Kurdistan Hewlêr si sono accordati affinché insegnasse ogni semestre di primavera a Erbil e continuasse a insegnare il semestre di autunno all’Università di Vienna.
Il testo seguente nasce dall’incontro tra l’autore di Voices Wolfgang Mayr e il professore Thomas Schmidinger. Insieme analizzano la situazione politica ed economica della Regione autonoma del Kurdistan del Sud in Iraq. Il discorso può essere ascoltato come podcast in lingua tedesca sul nostro sito Voices:
– Irak-Südkurdistan: Ein gescheitertes Experiment? (1)
– Irak-Südkurdistan: Ist die Autonomie-Region bankrott? (2)
Da regione modello a regione in crisi
Mayr: La Regione del Kurdistan, nata negli anni Novanta, è stata a lungo considerata un modello per la risoluzione dei conflitti. Il Kurdistan iracheno era prospero e politicamente stabile: un esempio per il movimento curdo internazionale. Ma questa soluzione esemplare è ormai finita.
Schmidinger: “Farei molta fatica a definire Erbil una regione modello. Ci sono problemi troppo grandi: non si è mai riusciti a istituzionalizzare davvero la Regione autonoma del Kurdistan in Iraq. Essa è sì sancita dalla costituzione irachena, e non credo che esistano forze politiche che vogliano abolirla del tutto. Ma gli stessi partiti curdi, soprattutto i due partiti dominanti, il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), non sono riusciti a istituzionalizzare il potere che detengono come partiti in una regione autonoma.”
La regione è nata con un difetto congenito, secondo l’analisi di Schmidinger. La regione curda non è un’istituzione, ma il tetto sotto cui coesistono i due grandi partiti politici. Possiamo dire che il PDK corrisponderebbe ai cristiano-democratici e il PUK a un partito di sinistra?
“Non la metterei proprio in questi termini. Forse è più corretto dire che il PDK è un partito di centro-destra e che il PUK proviene dalla sinistra. I due partiti presentano però pochissime differenze ideologiche e sono molto simili dal punto di vista strutturale. Sono rivali, ma non alternative ideologiche. Esiste formalmente un parlamento, però è del tutto irrilevante se questo parlamento non c’è. De facto la regione è ancora governata da gentlemen agreements. I peshmerga, cioè le forze armate della Regione del Kurdistan in Iraq, non sono una forza armata unificata della regione autonoma, bensì milizie militari guidate dai partiti.”
“Da due anni la regione è paralizzata. Due anni fa è stato eletto il parlamento. A causa di posizioni contrastanti, tuttavia, non è stato possibile formare un governo, e i due partiti ancora oggi non riescono a trovare un accordo su un governo. La conseguenza non è che il parlamento si riunisca e lavori senza il governo: il parlamento si è riunito solo una volta, per l’apertura, e da allora non più. Le istituzioni formali hanno pochissima legittimità e servono piuttosto a trasmettere verso l’esterno l’immagine di una struttura democratica. De facto i due grandi partiti governano con i loro peshmerga armati.”
Lotte di potere tra clan familiari
I due grandi partiti non vanno d’accordo perché i clan familiari che li sostengono sono in conflitto tra loro. I clan costituiscono la struttura della regione e dei partiti. PUK e PDK sono, in questo senso, aziende familiari, o meglio: aziende di clan.
“I due partiti sono a loro volta governati da una famiglia: i Barzani (PDK) e i Talabani (PUK). Quando all’interno di queste famiglie sorgono conflitti, ci sono conflitti anche all’interno del partito.”
“Per esempio, il conflitto, in corso da anni, tra due cugini dei Talabani: Bafel Talabani e Lahur Talabani. Questo conflitto ha portato all’espulsione di Lahur dal PUK. Lahur Talabani, dopo l’espulsione, ha fondato un proprio partito. L’estate scorsa, Bafel ha inviato unità armate in un’area densamente popolata per far rapire il cugino da un hotel, un’azione che ha causato diversi morti. Da allora Lahur Talabani si trova in stato di detenzione, presumibilmente già da tempo in sciopero della fame, e non si sa niente delle sue condizioni di salute.”
Conflitti simili esistono anche all’interno del clan Barzani, famiglia tradizionale dietro il PDK.
“Nel PDK la situazione è un pochino migliore. Questo perché Masoud Barzani, il leader di partito indiscusso è ancora in vita, cosa che non vale per il PUK. Ciononostante, all’interno del PDK cova un conflitto tra due gruppi. Uno fa riferimento a Masrour Barzani, attuale primo ministro e figlio di Masoud Barzani. L’altro è il gruppo di Nechirvan Barzani, cugino di Masrour e figlio di Idris Barzani, fratello di Masoud Barzani. Idris e Masoud presero il controllo del PDK dopo la morte del mullah Mustafa Barzani nel 1979. Idris Barzani morì nel 1987 per un infarto. Esistono quindi potenziali linee di frattura anche all’interno delle strutture del PDK. Poiché Masoud Barzani è ancora in vita, queste non sono ancora esplose apertamente.”
Le lealtà storiche si sgretolano
La politica curda in Iraq soffre di un’eccessiva personalizzazione e del tribalismo. Ciò ha impedito la costruzione delle istituzioni regionali. Thomas Schmidinger deplora questa estrema personalizzazione e tribalizzazione della politica.
“I partiti non sono solo guidati da famiglie, ma formano alleanze di tribù. Prima di ogni elezione, entrambi i partiti si rivolgono a diversi capi tribù e chiedono chi, di quella tribù, debba essere inserito in lista, affinché la gente li voti. È estremamente importante che i capi tribù siano leali verso uno dei due partiti.”
Nel frattempo, le lealtà tribali verso i due partiti dominanti si stanno riducendo. Il collante si sgretola. Nepotismo e corruzione vi contribuiscono. Allo stesso tempo lo Stato centrale iracheno si rafforza.
“Questa lealtà si sta affievolendo ultimamente, sia per la crescente critica al nepotismo e alla corruzione dei due partiti, sia per la crescente forza del governo centrale iracheno, che negli ultimi anni si è sempre più consolidato. A giugno una grande tribù ha abbandonato il PUK. Da tempo esistono divergenze con gli Herkî, una delle più grandi tribù transnazionali, in gran parte alleata con il PDK. Queste divergenze sono sfociate l’anno scorso in conflitti armati con il PDK. Dopo una breve riconciliazione, negli ultimi giorni due capi tribù sono stati arrestati. È dunque un sistema molto instabile, basato sull’appartenenza tribale, che viveva della capacità di distribuire ampiamente il benessere. Per molto tempo l’economia del Kurdistan è andata bene. L’estrazione petrolifera ha fatto affluire nel Paese denaro che poteva essere distribuito.”
A causa della crisi, la ricchezza si riduce
“Il Kurdistan, come l’Iraq, ha un’economia di rendita. Esiste grazie alla rendita petrolifera. Finché chi governa è in grado di distribuire abbastanza e di soddisfare i critici con benefici materiali, il sistema funziona. La crisi economica, dovuta anche alla guerra tra Israele e gli Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro, ha colpito severamente l’Iraq. Quando c’è meno da distribuire, questo sistema entra inevitabilmente in crisi, perché non si può più comprare la lealtà politica.”
Allo stesso tempo il governo centrale di Baghdad guadagna consensi
Il governo centrale iracheno guadagna prestigio in Kurdistan grazie alla sua lotta contro la corruzione dilagante. I due partiti politici abusano del proprio Paese, il sistema politico è diventato un self-service.
“Da noi se n’è parlato molto poco nei media, ma il nuovo primo ministro iracheno ha iniziato, a fine giugno, massicce epurazioni politiche a Baghdad sotto forma di una campagna anticorruzione. In questo contesto sono stati confiscati oggetti di valore, contanti e oro (tra cui biancheria intima d’oro). Una serie di politici importanti è stata arrestata nel corso della campagna. Si sta evidentemente cercando di arginare la corruzione dilagante nel Paese. Per quanto ho potuto osservare, questa campagna incontra un certo favore anche in Kurdistan. La gente spera che si faccia pulizia anche da loro.”
Mentre il governo centrale guadagna prestigio a Baghdad, l’autonomia perde drasticamente consenso. Nepotismo e corruzione indeboliscono l’autonomia. L’élite al potere mette a rischio, con la propria avidità, l’autogoverno.
“La combinazione di nepotismo e corruzione dilaganti e minori risorse da distribuire da un lato, e dall’altro una Baghdad che si rafforza e agisce con decisione contro la corruzione nel Paese, mette infine in discussione l’autonomia del Kurdistan.”
La politica paralizzata, la mancanza di una prospettiva politica e la corruzione dilagante in Kurdistan danneggiano l’autonomia, analizza Thomas Schmidinger. Nel frattempo, alcuni politici iracheni mettono in discussione questa quasi-statualità curda.
“Non credo che al momento ci sia qualcuno che metta in discussione di per sé i diritti culturali dei curdi e curde. Ma questa statualità di fatto, in cui lo Stato iracheno non è presente in Kurdistan e in cui i confini statali sono controllati da unità curde – e non irachene – questo avrà termine in futuro.”
Calo di consenso al governo tra i curdi e curde
Schmidinger constata che lo Stato centrale iracheno guadagna consenso, anche tra i curdi e curde. Consenso perché il primo ministro iracheno agisce con energia contro la corruzione. Se ora si rivolgerà contro l’autonomia, il Kurdistan opporrà resistenza?
“Non riesco a immaginarmi che esista una resistenza armata rilevante. Spero anche che non ci sia, perché sarebbe un suicido. La maggioranza dei curdi e curde resta nazionalista, cioè curdo-nazionalista. Se si chiedesse ai curdi e alle curde: “volete uno Stato tutto vostro?”, il 90% risponderebbe ancora: “sì, grazie!”.”
I partiti curdi hanno danneggiato talmente l’immagine della propria autonomia che il sostegno nella popolazione si sta riducendo, cita Schmidinger, riferendosi a un sondaggio:
“La maggioranza – soprattutto tra le generazioni più giovani – è amaramente delusa dalla propria dirigenza. Pochi rischierebbero la vita per la situazione in cui vivono ora.”
Il sondaggio è un segnale d’allarme. Mostra quanto la popolazione curda sia delusa dalla propria élite.
“Poco più di un anno fa è stato condotto un sondaggio da un istituto politico. L’istituto è curdo. Non simpatizza con Baghdad. Alle persone è stato chiesto come immaginano il futuro delle regioni. Quasi la metà della popolazione riteneva che andrebbe bene, per loro, se Baghdad riprendesse il controllo.”
Molti curdi e curde vedono ormai nell’autonomia uno strumento con cui l’élite saccheggia il proprio Paese. Le persone non si opporranno a un possibile ridimensionamento dell’autonomia.
“Quello sarebbe stato un segnale d’allarme totale per le élite locali. Il motivo non è che la gente non sia interessata alla propria identità curda. Il motivo è piuttosto che sono delusi dalle élite locali. Non si aspettano più nulla da loro e credono che Baghdad sia forse meno corrotta e meno autoritaria rispetto alle proprie élite. In questo senso non credo che si arriverà a una qualche difesa armata del territorio autonomo. Lo riterrei anche fatale: si distruggerebbe molto di quanto già ottenuto. Ciò che ci sarà è un tentativo di conservare più autonomia possibile. Ma mentre molti curdi e curde continuano a sognare uno Stato proprio, in realtà si tratta ormai piuttosto di difendere l’autonomia che c’è. Siamo ben lontani dal fatto che da questa regione autonoma potrà nascere uno Stato.”
La rivalità tra i partiti frammenta la regione
A ciò si aggiunge che la regione curda non è un territorio unitario. Il Partito Democratico (PDK) domina la sua parte, l’Unione Patriottica (PUK) controlla il resto. Una visione d’insieme non esiste, anzi, è vero il contrario.
“Questa regione autonoma è divisa in due. Se vogliamo, due unità maggiori e una minore. Nella regione si parla di zona gialla e zona verde. Il giallo è il colore del PDK, il verde è il colore del PUK. Esiste un’area ben definita in cui il PDK governa indipendentemente dai risultati elettorali. Lì controlla la polizia e i servizi segreti e fa sì che i risultati elettorali siano tali da mantenerlo al potere. Poi c’è l’area dominata in modo autoritario dal PUK. Il suo governo è meno monolitico, semplicemente perché è meno forte del PDK. Ci sono alcuni concorrenti politici, ma i due grandi partiti sono più che semplici partiti politici: sono attori parastatali con eserciti propri, i peshmerga, proprie unità di polizia, servizi segreti, e così via.”
Il rapporto tra i due territori autonomi è pessimo. Ci si trova quasi davanti a due territori ostili l’uno all’altro.
“Le aree sono fortemente separate. Lungo la linea di separazione ci sono i checkpoint. Questi checkpoint tra PUK e PDK si comportano come posti di frontiera. Vi si riscuotono ad esempio dazi sulle merci. Alcuni anni fa si è verificata una situazione in cui il PDK ha mandato in esilio il presidente del parlamento, che è fuggito a Silêmanî (Sulaymaniyya), nell’area verde, e non ha potuto più tornare nell’area gialla. Le due aree agiscono come due quasi-stati. Oltre a queste ci sono le zone montuose dominate dal PKK. Ufficialmente, il PKK si è sì sciolto, ma esiste di fatto come organizzazione successore. Il PKK ha un buon rapporto con il PUK, ma è ostile al PDK. E poi ci sono naturalmente le zone di confine con la Turchia, di fatto occupate dai turchi, dove i turchi, nell’ambito del processo di pace con il PKK, sono avanzati ulteriormente, fortificano le proprie basi militari in territorio iracheno, costruiscono strade, rapiscono e torturano abitanti dei villaggi. In questa zona di confine con la Turchia prevale un’autorità rivale tra Turchia, PDK e PKK. Nelle grandi città del Kurdistan, invece, è chiaro chi comanda: o il PDK o il PUK.”
Ora si sconta il fatto che non siano state create istituzioni: né l’istituzione-regione, né un vero parlamento.
“Non sarebbe stato così semplice. C’erano le forze politiche e le forze militari, cioè ex movimenti guerriglieri, e con essi i partiti. È stato un errore, fin dall’inizio, collaborare direttamente solo con questi partiti senza istituzionalizzare questa collaborazione. Si elegge sì un parlamento, ma le forze politiche decisive, le persone che decidono la politica, non sono in questo parlamento. Le decisioni sono state prese al di fuori del parlamento, tra i due partiti. Ciò ha portato a una guerra civile tra i due partiti negli anni Novanta. In curdo si chiamava birakujî – fratricidio. Grazie a pressioni esterne, questo conflitto è stato concluso con un cessate il fuoco. Un cessate il fuoco tra i due partiti curdi, in parte monitorato dall’esercito turco.”
Uno scambio semplice tra le due parti dell’autonomia è quasi impossibile ed è deliberatamente ostacolato. Schmidinger porta un esempio:
“L’odio tra i due partiti non è mai stato davvero superato. Se voglio organizzare da Erbil un’escursione a Silêmanî, ci sono ancora oggi studenti che dicono: “non posso partecipare, perché all’epoca mio zio fu torturato a Silêmanî. I miei genitori non me lo permettono”.”
Ancora una volta emerge quanto siano frammentate la popolazione e la politica curde. I loro nemici, invece, non lo sono.
“Esistono ferite profonde tra i due partiti, mai davvero guarite. C’è stato un superficiale processo di riconciliazione, come un accordo tra le due famiglie, tra i partiti. Ma non c’è mai stata una riconciliazione vera e propria. I curdi e curde in Iraq non sono solo legati a strutture tribali, ma anche fortemente divisi in base alla regione di appartenenza. Ci sono molti curdi e curde che sono sì nazionalisti curdi, ma conoscono solo la propria città. Al massimo sono stati una volta nella capitale Erbil. Ci sono migliaia di curdi e curde di Silêmanî che non sono mai stati a Dohuk, o che vengono da Dohuk e non sono mai stati a Silêmanî. Ci si concentra molto sulla propria regione, sulla propria tribù, sulla propria famiglia. Queste divisioni non sono mai state superate.”
Per sopravvivere, le regioni autonome devono adattarsi
Dalla fine della Prima Guerra Mondiale i nazionalisti curdi e curde sognano uno Stato proprio. Mai come oggi ne sono stati così lontani. In Turchia lo Stato islamico di Erdoğan ha avuto la meglio sui curdi e curde. In Iran le Guardie della Rivoluzione opprimono l’ovest curdo, in Siria il regime islamista è riuscito, con l’aiuto di Stati Uniti, Russia ed Europa, a smantellare la regione autonoma curda del Rojava. In Iraq, a fare il lavoro di demolizione sono gli stessi politici curdi.
“Prima di tutto non direi che la Rojava sia già crollata. Gli eventi di gennaio sono stati un colpo duro, ma durante il Newroz ho visitato la Rojava e le aree ancora controllate dai curdi e curde sono tuttora amministrate dall’Amministrazione autonoma democratica del Nord e dell’Est della Siria. Queste istituzioni esistono ancora. Ma in qualche modo dovranno integrarsi nello Stato siriano. La domanda ora è quanta autonomia rimarrà alla fine. Non sarà molta, ma non parlerei di un crollo totale della regione.”
Nonostante tutto, Schmidinger vede ancora in Siria, in Rojava, una possibilità di mantenere una propria struttura autonoma.
“È innegabile che il movimento nazionale curdo, in tutte le sue ali – sia l’ala del PKK, sia quella del PDK, sia il PUK – attraversi una crisi. Si rafforzano lo Stato nazionale e il centralismo, uno sviluppo sostenuto in particolare dagli Stati Uniti. Tom Barrack gioca un ruolo innegabilmente negativo per l’intera regione. La domanda che resta è quanta autonomia sia ancora possibile e possa mantenersi a lungo termine. La regione è molto volatile. Non sappiamo come sarà politicamente, tra cinque o dieci anni, in Iran o anche in Turchia. Per ora, la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha piuttosto rafforzato che indebolito il regime iraniano. Nel prossimo futuro non è prevedibile un cambio di regime. Allo stesso modo non credo che i movimenti curdi crolleranno del tutto. È possibile che emergano movimenti nuovi o diversi.”
Il sogno curdo di un proprio Stato nazionale è dunque svanito. Siria, Turchia, Iran e Iraq cercheranno persino, insieme, di tenere ridimensionati i curdi. La loro prospettiva? Riserve. Schmidinger offre una alternativa migliore:
«Vedo piuttosto che nel medio termine torneremo alla fase della metà del XIX secolo. Allora, prima della centralizzazione dell’Impero ottomano, prima delle riforme del Tanzimat, esistevano principati curdi. Non erano indipendenti dallo Stato centrale ed erano molto regionali, in conflitto tra loro, ma godevano di una certa autonomia. Quello che vediamo ora sono in effetti principati di questo tipo, governati da famiglie. Non in Rojava, ma nel Kurdistan iracheno governano famiglie che non sono indipendenti a livello statale e che devono continuamente scontrarsi con il governo centrale per capire quanta autonomia sia possibile. Ma non credo che le entità curde scompariranno del tutto. Tuttavia, si sta concludendo la fase in cui, all’ombra dei conflitti armati della regione, erano di fatto indipendenti.»