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Come l'estrazione di petrolio e gas minaccia un habitat unico nel sud del continente africano

L’Okavango in pericolo

Di Laura Mahler

Il bacino dell'Okavango è una delle zone umide più grandi e importanti del mondo. Foto: Justin Hall / Wikipedia BY 2.0

Il bacino dell’Okavango, una delle zone umide più estese ed ecologicamente significative al mondo, è da anni al centro del dibattito ambientale internazionale. Già nel 2021 i piani della società canadese Reconnaissance Energy Africa Ltd. (ReconAfrica) di effettuare trivellazioni alla ricerca di petrolio e gas nel bacino dell’Okavango avevano suscitato massicce proteste da parte della società civile. Da allora, questi progetti si sono rivelati non solo rischiosi dal punto di vista ecologico, ma anche molto controversi dal punto di vista giuridico ed economico.

Interventi di ampia portata in un ecosistema unico
Il bacino dell’Okavango è considerato una delle zone umide più grandi e ricche di specie dell’Africa. Il fiume nasce nel centro dell’Angola, attraversa la regione dello Zambesi nel nord-est della Namibia e poi, invece di sfociare nel mare, si infiltra nell’entroterra del Botswana nel delta dell’Okavango, privo di sbocco al mare. Questa zona soggetta a inondazioni stagionali è riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio naturale dell’umanità e costituisce il cuore ecologico di un sistema idrico e di zone umide molto ramificato.
Già nel 2015 ReconAfrica ha acquisito dalla Namibia una licenza di esplorazione quadriennale su un’area di circa 25.500 chilometri quadrati, seguita nel 2020 da un’altra licenza in Botswana con una superficie di oltre 7.500 chilometri quadrati. L’azienda ipotizzava la presenza di ingenti giacimenti di petrolio e gas; a tratti si è parlato addirittura di uno dei più grandi giacimenti petroliferi del mondo. Le aree oggetto delle licenze si estendono su parti della Kavango-Zambezi Transfrontier Conservation Area (KAZA), un’area protetta transfrontaliera in Angola, Botswana, Namibia, Zambia e Zimbabwe. Oltre a numerose specie animali minacciate, in queste aree vivono anche circa 200.000 persone, tra cui le comunità indigene San e Khoe e vari gruppi di popolazione locali di lingua bantu.

Una minaccia per l’acqua, le persone e la fauna selvatica
Il bacino idrografico del delta dell’Okavango, costituito dal fiume Okavango e da una rete sotterranea di falde acquifere poco profonde e interconnesse, è di fondamentale importanza per il sostentamento e la sopravvivenza di oltre un milione di persone in questa arida regione dell’Africa meridionale.
Negli ultimi anni, indagini condotte, tra gli altri, dal National Geographic hanno documentato numerose accuse contro ReconAfrica. Secondo tali accuse, l’azienda non avrebbe informato adeguatamente le comunità locali sui propri piani di trivellazione, avrebbe intimidito i critici, omesso di attuare le misure di protezione contro l’inquinamento delle acque sotterranee, non avrebbe ottenuto le autorizzazioni idriche e fondiarie previste dalla legge, avrebbe effettuato trivellazioni senza fondamento giuridico nella Kapinga-Kamwalye-Conservancy e avrebbe costruito illegalmente strade nelle aree protette.
La frammentazione degli habitat, ad esempio per gli elefanti, ha inoltre portato a un aumento dei conflitti tra esseri umani e fauna selvatica, poiché gli animali sono costretti ad abbandonare le loro rotte migratorie tradizionali e a rifugiarsi in aree agricole.

Resistenza sociale
La resistenza contro i piani di esplorazione nel bacino dell’Okavango si è manifestata fin dall’inizio. Un punto centrale di critica era ed è la mancanza di informazione e di partecipazione della popolazione locale. La resistenza è venuta sia dagli abitanti delle aree interessate e dai rappresentanti delle aree protette gestite a livello locale, sia da movimenti della società civile come Fridays for Future Windhoek e SOUL (Safe Okavango’s Unique Life).
Queste iniziative hanno messo in guardia da danni irreparabili alle comunità indigene, alla biodiversità, alle falde acquifere e al clima. Anche organizzazioni ambientaliste internazionali come la Deutsche Umwelthilfe (DUH) hanno chiesto, tramite petizioni, di fermare le trivellazioni petrolifere e di gas nel bacino dell’Okavango.

Insuccessi e cause legali
Fino all’inizio del 2023, nessuna delle tre trivellazioni di prova nel nord-est della Namibia ha fornito indicazioni di petrolio o gas commercialmente estraibili. Ciononostante, ReconAfrica ha mantenuto la tesi di un sistema petrolifero funzionante. Tra il 2021 e il 2024, ReconAfrica si è trovata ad affrontare cause legali e indagini in diversi continenti. Negli Stati Uniti, gli investitori hanno intentato una class action per presunto inganno, mentre in Namibia un agricoltore ha intentato una causa per uso illegittimo del suolo. Le autorità in Canada, Germania e Stati Uniti hanno inoltre esaminato possibili violazioni delle leggi sui titoli e di borsa. Un rapporto della commissione parlamentare namibiana per le risorse naturali, pubblicato nel luglio 2025, ha confermato a posteriori che ReconAfrica aveva già avviato i lavori di trivellazione all’inizio del 2021 senza le autorizzazioni necessarie. Non erano disponibili né contratti di affitto validi né diritti sull’acqua, e le autorità tradizionali centrali sono state coinvolte solo mesi dopo l’inizio delle attività. La commissione ha inoltre criticato l’incapacità dei ministeri competenti di far rispettare la legislazione vigente.
Nonostante questi risultati, la commissione namibiana ha raccomandato a maggioranza di proseguire la fase di esplorazione, sottolineando tuttavia la necessità di controlli più severi e del consenso libero, preventivo e informato delle comunità interessate nei progetti futuri.

Espansione delle attività in Angola
Mentre la resistenza in Namibia e Botswana continuava a rafforzarsi, nel 2025 ReconAfrica ha esteso le proprie attività all’Angola. Nel luglio 2025 l’azienda ha firmato una lettera d’intenti con l’agenzia petrolifera angolana ANPG (Agência Nacional de Petróleo, Gás e Biocombustíveis) per l’esplorazione di giacimenti di gas nel bacino dell’Okavango. Questa zona costituisce il bacino idrografico del sistema fluviale Cubango-Okavango, dalla cui integrità dipende l’intero bacino dell’Okavango.
Le organizzazioni ambientaliste hanno reagito con allarme. A differenza del delta dell’Okavango in Botswana, i bacini idrografici in Angola non sono finora quasi per nulla sottoposti a tutela formale. Gli esperti avvertono che l’estrazione industriale di petrolio e gas in questa regione sensibile potrebbe avere gravi conseguenze per la qualità dell’acqua, la biodiversità e i mezzi di sussistenza di milioni di persone in tutti i paesi confinanti. La preoccupazione cresce soprattutto perché l’Angola ha concesso parallelamente diritti di esplorazione anche ad altre multinazionali.

Un futuro incerto
A più di un decennio dalla diffusione dei primi piani di esplorazione, una cosa è chiara: ad oggi non esiste alcuna attività commerciale di estrazione di petrolio e gas, mentre i conflitti ambientali e sociali si sono ulteriormente inaspriti. Le comunità locali, le popolazioni indigene come i San, i movimenti ambientalisti e le organizzazioni internazionali continuano quindi a chiedere una moratoria su tutte le attività di esplorazione nel bacino dell’Okavango. Al momento sembra improbabile che i governi di Angola, Namibia e Botswana puntino in futuro maggiormente su una protezione ambientale e idrica coordinata a livello regionale, invece di continuare a riporre le loro speranze nelle materie prime fossili. I progetti petroliferi e di gas di ReconAfrica illustrano in modo esemplare gli squilibri strutturali che accompagnano i modelli di sviluppo basati sulle materie prime in molti paesi africani. Mentre il bacino dell’Okavango rappresenta un ecosistema centrale per l’approvvigionamento idrico, la biodiversità e l’esistenza delle comunità locali, lo sfruttamento delle risorse fossili comporta notevoli rischi ecologici, sociali e climatici.
Ogni ulteriore estrazione di petrolio e gas comporta emissioni aggiuntive di gas serra e contribuisce così al riscaldamento globale e agli eventi meteorologici estremi – con conseguenze potenzialmente di vasta portata proprio per l’Africa meridionale. Il bacino dell’Okavango non rappresenta quindi solo una minaccia per un ambiente naturale unico, ma simboleggia anche il conflitto fondamentale tra la produzione di energia fossile e la protezione di ecosistemi vitali nell’era dei cambiamenti climatici.

[Info]
Laura Mahler è responsabile presso la GfbV del dipartimento per la prevenzione del genocidio e la responsabilità di proteggere.