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I curdi sfollati non possono ancora tornare nella loro terra d’origine

Siria settentrionale: sette anni dopo l’attacco turco

Bolzano, Göttingen, 7 ottobre 2026

Campo profughi nella regione di Shahba, nord di Aleppo, Siria del Nord. Foto: Kamal Sido / GfbV 2019.

Nonostante le promesse fatte dal regime islamista in Siria, i curdi sfollati non possono ancora tornare nella loro regione d’origine, Serêkaniyê (Ras al-Ain), poiché la loro sicurezza e i loro diritti di proprietà non sono garantiti, critica l’Associazione per i popoli minacciati (APM/GfbV). Il 9 ottobre 2019 la Turchia aveva attaccato e conquistato la regione curda di Serêkaniyê. Le truppe turche e le milizie islamiste alleate hanno sfollato centinaia di migliaia di curdi e membri di altre minoranze etniche e religiose, quali assiri-aramei, armeni, circassi, cristiani, yazidi e musulmani sunniti che rifiutano l’islamismo. Finora sono tornate a Serêkaniyê 1.100 famiglie. Tra queste, però, ci sono solo tre famiglie curde. Queste tre famiglie curde vivono nei villaggi dei dintorni, non nella città di Serêkaniyê stessa.

Un accordo del 29 gennaio 2026 tra il regime islamista di Damasco e le ormai sciolte Forze Democratiche Siriane (SDF) aveva garantito a tutti gli sfollati il diritto al ritorno. Di conseguenza, il 10 agosto 2026 un primo gruppo di rimpatriati è arrivato a Serêkaniyê da un campo profughi a nord di al-Hasaka.

I coloni filo-turchi, arabi sunniti, hanno attaccato soprattutto le famiglie curde in arrivo. Tra i rimpatriati c’erano comunque solo pochi curdi. Quasi tutti sono tornati nei campi profughi nel nord-est della Siria a causa degli attacchi. Inoltre, le milizie filo-turche e le loro famiglie continuano a occupare molte case e terreni dei curdi nella regione. Finché i diritti di proprietà dei curdi non saranno fatti valere nei confronti dei coloni armati sostenuti dalla Turchia e non sarà garantita la sicurezza dei rimpatriati curdi, i curdi sfollati non potranno tornare.

I curdi sfollati criticano aspramente sia il regime islamista in Siria che la Turchia, nonché le SDF, e chiedono che vengano create le condizioni per un ritorno sicuro. “Si tratta forse di una tacita arabizzazione e islamizzazione di Serêkaniyê? Perché il regime di Damasco e le ex SDF tacciono e non spiegano perché i curdi non possano tornare? Non è plausibile che la causa siano le mine antiuomo presenti sul territorio, poiché queste sono pericolose anche per la popolazione araba sunnita e non solo per i curdi. Il regime di Damasco e le SDF, ora sciolte, devono rispondere a queste domande aperte”, chiede alla GfbV l’attivista curdo Muhyedin Isso, che è stato egli stesso sfollato da Serêkaniyê (Ras al-Ain) e ora vive in Germania.

Contesto
Il 9 ottobre 2019 la Turchia, con il tacito consenso degli Stati Uniti, di altri governi della NATO e della Russia, ha sferrato un attacco contrario al diritto internazionale contro le regioni della Siria settentrionale di Serêkaniyê (Ras al-Ain) e Tall Abyad. Queste erano state precedentemente liberate dallo “Stato Islamico” (IS) dalle SDF. Nel corso e a seguito di questa invasione, le truppe turche e gli islamisti siriani, tra cui anche membri della milizia HTS guidata dall’attuale leader siriano al-Scharaa, hanno commesso innumerevoli crimini di guerra e violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile. Le forze curde e i loro alleati arabi e assiro-aramei, nonché la popolazione musulmana, cristiana e yazida, impegnata nella lotta contro l’IS, sono state letteralmente tradite dai loro alleati occidentali.