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Critiche al Premio per la Libertà 2026: gli attivisti per i diritti umani chiedono che venga assegnato alle minoranze iraniane anziché a Reza Pahlavi

Bolzano, Göttingen, 2 novembre 2026

Una vecchia foto del 1946 ai tempi della Repubblica di Mahabad, con il Presidente Ghazi Muhammad al centro. Foto: Wikimedia Commons

L’Associazione per i popoli minacciati (APM/GfbV) accoglie con favore la decisione della Fondazione Friedrich Naumann (FNS) di dedicare il Premio per la Libertà 2026 al popolo iraniano il 7 novembre. Tuttavia, secondo l’organizzazione per i diritti umani, la decisione di premiare Reza Pahlavi, figlio dello scià rovesciato nel 1979, in qualità di rappresentante del popolo iraniano, manca l’obiettivo del premio, ovvero onorare coloro che in Iran si battono per i propri diritti, la propria libertà e una società aperta e democratica. Anche la dichiarazione della FNS, secondo cui Pahlavi riceverà il premio solo “in qualità di fiduciario”, non rende meno fondate le critiche.

Conferire a Reza Pahlavi il Premio per la Libertà in nome del popolo iraniano è una decisione del tutto errata. Egli non ha mai preso le distanze in modo chiaro e inequivocabile dalla dittatura e dai crimini di suo padre. Inoltre, resta da chiarire quale sistema politico egli intenda instaurare dopo un’eventuale caduta del regime dei mullah. Le sue dichiarazioni su una “democrazia laica” non rispondono in modo adeguato a questa domanda.

L’Iran è uno Stato multietnico in cui, accanto alla popolazione persiana maggioritaria, vivono membri di molti gruppi etnici e comunità religiose diverse, tra cui azeri, curdi, baluchi, turkmeni, assiri, armeni, ahwazi arabi, nonché cristiani, bahá’í e zoroastriani. Questo deve essere riconosciuto da tutte le parti. Non esiste un “popolo iraniano” omogeneo. Molti membri delle minoranze in Iran, che costituiscono circa la metà della popolazione, desideravano un nuovo inizio democratico anziché un ritorno al regime autoritario dello scià. Chi, come l’FDP e la FNS, propugna il pluralismo politico, deve anche riconoscere la diversità dei popoli, delle etnie e delle comunità religiose e non deve rappresentare tutte le comunità in modo generico come “popolo iraniano”, come fanno i nazionalisti persiani.

La Fondazione Friedrich Naumann avrebbe potuto dare un segnale importante a favore della diversità e della democrazia in Iran, assegnando il premio a rappresentanti delle minoranze iraniane anziché a un uomo che sostiene idee reazionarie. Avrebbe potuto in particolare rendere omaggio all’impegno delle donne curde in Iran, che oggi sono la punta di diamante del movimento iraniano per la libertà e la democrazia.

In questo contesto, la GfbV fa appello al segretario generale dell’FDP Bijan Djir-Sarai, che il 7 novembre terrà il discorso di elogio alla cerimonia di premiazione nella Paulskirche di Francoforte, nonché alla politica dell’FDP Marie-Agnes Strack-Zimmermann, di esortare Reza Pahlavi, nei loro discorsi, a impegnarsi in modo inequivocabile a favore di un Iran democratico e federale, che garantisca l’autogoverno e l’autonomia a tutti i popoli dell’Iran.

Inoltre, Pahlavi dovrebbe chiedere scusa per le atrocità commesse dal regime dello Scià e dai servizi segreti imperiali SAVAK, per la brutale repressione dell’opposizione politica, per le torture e gli omicidi, ma soprattutto per i crimini di genocidio contro i curdi negli anni ’40 e in seguito. Nel 1946 il regime dello scià aveva distrutto la prima repubblica curda (Repubblica di Mahabad) in Iran e giustiziato i leader di questa repubblica con il sostegno degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Nel periodo successivo si verificarono espulsioni, esecuzioni e divieti della cultura e della lingua curda. Intere comunità curde furono sterminate.