Bolzano, Göttingen, 4 luglio 2026
La responsabilità internazionale di proteggere (Responsibility to Protect, R2P) sta perdendo sempre più di significato, mentre il principio di non ingerenza sta vivendo una rinascita. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM/GfbV) critica questo sviluppo in occasione della seduta plenaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul tema «Responsibility to Protect and the Prevention of Genocide, War Crimes, Ethnic Cleansing and Crimes against Humanity». La seduta si terrà il 6 luglio 2026 e si basa sull’attuale rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite (A/80/716).
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres afferma espressamente nel suo rapporto che i doppi standard, i richiami a presunte situazioni eccezionali e i meccanismi di rendicontazione indeboliti minano proprio quelle misure di protezione che dovrebbero in realtà impedire le atrocità. Un gruppo crescente di Stati blocca ulteriormente questi meccanismi invocando la sovranità statale.
Nel 2024, ad esempio, un gruppo di Stati guidato da Cina e Russia ha tentato di tagliare tutte le risorse destinate alle indagini dell’ONU sulle violazioni dei diritti umani in Iran, Corea del Nord, Ucraina, Bielorussia, Eritrea, Sudan e Venezuela. Il «Gruppo degli amici per la difesa della Carta delle Nazioni Unite», fondato nel 2021 e di cui fanno parte, tra gli altri, Cina e Russia, intende affermare una preminenza di principio della sovranità degli Stati nazionali rispetto al controllo internazionale. Dove ciò porti è attualmente evidente in Sudan: nonostante le circostanze documentate di un genocidio nel Darfur e gli allarmi urgenti riguardo a un possibile ripetersi della situazione a El-Obeid, nel Kordofan settentrionale, il Consiglio di Sicurezza si è finora limitato a una dichiarazione non vincolante.
Ma gli avvertimenti da soli non salvano vite umane. I governi devono quindi impegnarsi attivamente, in seno alle Nazioni Unite, contro la strumentalizzazione del principio di sovranità come pretesto per l’impunità. Chi prende sul serio la responsabilità di proteggere non può stare a guardare mentre essa viene attivamente svuotata di significato con il pretesto della non ingerenza.
Nel 2005 la comunità internazionale si era impegnata a proteggere le popolazioni dal genocidio, dai crimini di guerra, dalla pulizia etnica e dai crimini contro l’umanità. Lo stesso rapporto del Segretario Generale indica dove dovrebbe intervenire la prevenzione: la discriminazione delle minoranze, l’incitamento all’odio e le restrizioni alla libertà d’azione della società civile sono considerati segnali di allarme fondamentali per le atrocità imminenti. Le minoranze, le comunità indigene e le organizzazioni della diaspora sono spesso le prime a subirne le conseguenze.