Welcome at the website of Associazione per i popoli minacciati. Your currently used browser is outdated, probably insecure, and may cause display errors on this website. Here you can download the most recent browsers: browsehappy.com

Parole chiare richiedono azioni concrete

Il Parlamento europeo condanna la politica di assimilazione della Cina

Bolzano, Göttingen, 4 maggio 2026

Un fedele Hui passeggia nel cortile interno della Grande Moschea di Xi’an, provincia dello Shaanxi, Cina. Foto: Peter Morgan, cc-by-sa-2.0

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM/GfbV) accoglie con favore la risoluzione del Parlamento europeo sulla nuova legge cinese per la «promozione dell’unità etnica e del progresso». In essa il Parlamento afferma chiaramente che il Partito Comunista Cinese (PCC) in tal modo inasprisce la propria politica di assimilazione nei confronti delle minoranze etniche e limita i diritti culturali, religiosi e linguistici: questa legge crea un ulteriore fondamento per l’assimilazione, la repressione e gravi violazioni dei diritti umani in Cina. Il PCC legalizza così una politica che pratica da decenni nei confronti di tibetani, uiguri, mongoli, hui e altre minoranze: la subordinazione della lingua, della cultura, della religione e dell’istruzione a una concezione di unità imposta dallo Stato e dominata dalla etnia Han.

L’APM/GfbV accoglie con grande favore il fatto che il Parlamento europeo chieda la revoca della legge e sostenga l’imposizione di sanzioni nei confronti dei responsabili nell’ambito del regime globale di sanzioni dell’UE in materia di diritti umani. La risoluzione fa riferimento alle gravi conseguenze della nuova legge per le relazioni UE-Cina e ne critica la pretesa di extraterritorialità: per le comunità in esilio e i difensori dei diritti umani in Europa, la repressione transnazionale del regime rischia di intensificarsi ulteriormente. A queste parole chiare devono ora seguire misure di protezione concrete. L’UE e i suoi Stati membri devono documentare sistematicamente i casi di repressione transnazionale, reagire a intimidazioni e sorveglianza a livello politico, diplomatico e penale, sostenere le persone colpite attraverso canali di segnalazione sicuri, visti umanitari e programmi di protezione e accoglienza, e impedire ulteriori repressioni mediante sanzioni mirate e azioni legali contro i responsabili. Altrimenti la risoluzione rimarrà una mera dichiarazione di facciata in materia di politica dei diritti umani. La GfbV ha organizzato da ultimo a marzo un evento collaterale sulla repressione transnazionale presso il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra.

Inoltre, il Parlamento europeo avrebbe dovuto sottolineare più chiaramente che la legge continua a minare le promesse di autonomia fatte dalla Cina alle minoranze. Anche per quanto riguarda la libertà di religione, la risoluzione rimane incompleta. Sebbene critichi le ingerenze nella tradizione buddista tibetana e la persecuzione del Dalai Lama, avrebbe dovuto menzionare altrettanto esplicitamente la persecuzione religiosa delle minoranze musulmane, in particolare degli uiguri e di altri musulmani nello Xinjiang/Turkestan orientale. Infine, il Parlamento avrebbe dovuto criticare più chiaramente anche il quadro di politica di sicurezza della legge: presentando la lingua, la religione e l’autonomia culturale come una minaccia all’«unità» e alla «stabilità», il PCC crea una legittimazione politica e giuridica per ulteriori persecuzioni, controlli e sorveglianza delle minoranze.