Bolzano, Göttingen, 3 agosto 2026
L’Associazione per i popoli minacciati (APM/GfbV) lancia un monito urgente contro l’imminente rimpatrio forzato di migliaia di Rohingya dalla Malesia al Myanmar. Per i Rohingya non esiste un luogo sicuro. Fuggono dalle persecuzioni da parte dell’esercito e dal dominio de facto dell’Arakan Army nello Stato di Rakhine, in Myanmar. In Malesia infuriano campagne di incitamento all’odio e ondate di arresti contro di loro. Il rimpatrio forzato verso la situazione tuttora pericolosa in Myanmar viola chiaramente il divieto di respingimento previsto dal diritto internazionale, che vale anche per la Malesia. Oltre al milione e più di Rohingya che da decenni – in ondate di fuga sempre nuove – sono bloccati senza prospettive nei campi di Cox’s Bazar in Bangladesh, l’UNHCR registra circa 126.000 rifugiati Rohingya in Malesia. Il Paese non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati.
Il Ministero dell’Interno della Malesia ha iniziato a registrare i Rohingya in vista di un rimpatrio, dopo che il primo ministro malese Anwar Ibrahim aveva annunciato che il Myanmar aveva acconsentito alla “riammissione” di circa 5.000 persone. Questo presunto impegno, tuttavia, non tiene conto della situazione in Myanmar. Le zone settentrionali dello Stato di Rakhine, un tempo abitate prevalentemente dai Rohingya, non sono più sotto il controllo del governo militare, con cui la Malesia sostiene di aver negoziato, bensì sotto quello dell’Arakan Army. Organizzazioni per i diritti umani come Fortify Rights documentano in quella zona continue violazioni: restrizioni alla libertà di movimento e blocchi degli aiuti da parte della giunta, lavori forzati e reclutamento coatto da parte dell’Arakan Army. L’UE deve condannare con fermezza i piani di rimpatrio forzato in questa situazione e deve adoperarsi nei confronti della Malesia affinché non avvengano espulsioni e venga ripresa la procedura di nuova registrazione da parte dell’UNHCR, attualmente sospesa. In base alla legge sulla cittadinanza del 1982, i Rohingya non sono riconosciuti come cittadini del Myanmar. Sono ancora oggi apolidi e non godono di alcun diritto politico nel loro Paese d’origine.
Dalla primavera scorsa, un’ondata di incitamento all’odio e disinformazione contro i Rohingya si sta diffondendo su Facebook, Instagram e TikTok. Soprattutto alla vigilia delle elezioni regionali a Negeri Sembilan, tenutesi alcuni giorni fa, sono circolate in modo massiccio immagini manipolate e affermazioni false. Una petizione per la “rimozione” dei Rohingya ha raccolto quasi mezzo milione di firme prima di essere rimossa. Anziché contrastare questa tendenza, il governo ha risposto con retate, la chiusura delle scuole dei Rohingya e, da ultimo, con la detenzione temporanea di oltre un centinaio di rifugiati che avevano cercato protezione presso l’ufficio dell’UNHCR.
Il governo del Myanmar non ha confermato l’impegno; i rappresentanti del governo hanno tuttavia smentito le notizie relative a un rimpatrio dei Rohingya e hanno parlato solo di “cittadini verificati”, il che esclude i Rohingya apolidi. Anche l’UNHCR ha dichiarato che le condizioni in Myanmar non consentono attualmente un ritorno sicuro, richiamandosi al principio di non respingimento.
In questo contesto, la GfbV fa nuovamente appello ai nostri governi affinché, alla luce dei drastici tagli ai fondi umanitari, aumenti gli aiuti destinati alla popolazione di Cox’s Bazar.