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Alluvione improvvisa in Tibet: la GfbV denuncia la censura cinese e chiede libero accesso

Bolzano, Göttingen, 31 agosto 2026

La Valle del Trishuli con sullo sfondo il monte Lirung II, visti da Dhunche nel distretto di Rasuwa, in Nepal. Foto: Rajivkilanashrestha, CC BY-SA 4.0

L’Associazione per i popoli minacciati (APM/GfbV) critica con forza il persistente blocco delle informazioni da parte delle autorità cinesi a seguito della devastante alluvione improvvisa nella zona di confine tra Tibet e Nepal e rende omaggio alle vittime. L’organizzazione per i diritti umani chiede che ai media indipendenti e alle organizzazioni umanitarie sia garantito libero accesso alla regione colpita. Inoltre, le persone colpite devono poter riferire liberamente sulla catastrofe.

Dal Nepal giungono all’opinione pubblica immagini di villaggi distrutti, testimonianze e dati sulle vittime costantemente aggiornati. Ad oggi sono stati confermati circa 900 decessi e oltre 4.000 persone risultano disperse. Per la Regione Autonoma del Tibet, le autorità cinesi hanno invece segnalato finora 16 morti. Allo stesso tempo, 546 persone risultano disperse. La GfbV attribuisce questa discrepanza soprattutto al rigoroso controllo delle notizie da parte di Pechino.

Questo controllo non è una novità, ma fa parte della politica cinese di repressione e assimilazione nei confronti del Tibet, in atto da molti anni. Dall’occupazione del Tibet nel 1950, la leadership cinese reprime ogni forma di cronaca indipendente proveniente dalla regione e concede l’accesso ai media stranieri solo in casi eccezionali e rigorosamente controllati. I video del valico di frontiera di Gyirong, ormai distrutto, e dell’entità della devastazione sul versante tibetano sono scomparsi dalle piattaforme cinesi nel giro di poche ore. Rimane invece visibile soprattutto una narrazione di forza ordinata: soccorritori che intervengono in fila indiana e persone salvate che esprimono la loro gratitudine. Si tratta di uno schema ben noto dei media statali cinesi. Il blackout informativo fa parte della politica di assimilazione a tutto campo diretta contro la lingua, la religione e l’autonomia culturale tibetane.

Questa rimozione dei tibetani si riflette anche nella reazione internazionale. Nella sua lettera di condoglianze al governo cinese, il cancelliere federale Friedrich Merz ha parlato delle vittime dell’alluvione in “Cina”, senza nemmeno menzionare il Tibet.

Questa alluvione è una terribile catastrofe naturale. Tuttavia, il fatto che non veniamo quasi a sapere cosa stia accadendo alla popolazione in Tibet è il risultato di una politica mirata da parte della Cina. Quando il Cancelliere federale non nomina il Tibet per nome, fa il gioco della leadership cinese. Il governo federale non deve più liquidare la repressione dei tibetani e la censura dell’informazione indipendente come una questione interna della Cina – e dovrebbe cominciare dalla propria scelta lessicale. Anche la Tibet Initiative Deutschland ha criticato la dichiarazione di Friedrich Merz: «Persino nel bel mezzo di una catastrofe, le voci, le esperienze e i destini delle persone in Tibet rischiano di diventare invisibili».

La GfbV esorta i governi europei a impegnarsi nei confronti del governo cinese per garantire il libero accesso al Tibet. Inoltre, dovrebbero adoperarsi affinché le persone colpite che comunicano con i propri familiari all’estero o con i media non subiscano alcuna punizione, nonché per il rispetto della libertà religiosa e culturale della popolazione tibetana e per porre fine alla politica di assimilazione in atto.

Sturzflut in Tibet: GfbV prangert Chinas Zensur an und fordert ungehinderten Zugang

Mit Nachdruck kritisiert die Gesellschaft für bedrohte Völker (GfbV) die anhaltende Informationsblockade der chinesischen Führung nach der verheerenden Sturzflut im Grenzgebiet zwischen Tibet und Nepal und gedenkt der Opfer. Die Menschenrechtsorganisation fordert ungehinderten Zugang für unabhängige Medien und humanitäre Organisationen zur betroffenen Region. Zudem müssen Betroffene frei über die Katastrophe berichten können.

Aus Nepal erreichen die Öffentlichkeit Bilder zerstörter Dörfer, Zeugenaussagen und laufend aktualisierte Opferzahlen. Inzwischen sind dort rund 900 Todesopfer bestätigt und über 4.000 Menschen werden vermisst. Für die Autonome Region Tibet meldeten die chinesischen Behörden bislang dagegen 16 Tote. Zugleich werden 546 Menschen vermisst. Die GfbV führt diese Diskrepanz vor allem auf Pekings strikte Nachrichtenkontrolle zurück.

Diese Kontrolle ist nicht neu, sondern Teil der langjährigen chinesischen Unterdrückungs- und Assimilierungspolitik gegenüber Tibet. Seit der Besetzung Tibets im Jahr 1950 unterdrückt die chinesische Führung jede Form unabhängiger Berichterstattung aus der Region und gewährt ausländischen Medien nur in streng kontrollierten Ausnahmefällen Zugang. Videos vom zerstörten Grenzübergang Gyirong und dem Ausmaß der Zerstörung auf tibetischer Seite verschwanden binnen weniger Stunden von chinesischen Plattformen. Sichtbar bleibt stattdessen vor allem ein Narrativ geordneter Stärke: Rettungskräfte, die in Reih und Glied ausrücken, und Gerettete, die sich bedanken. „Dies ist ein bekanntes Muster chinesischer Staatsmedien. Die Nachrichtensperre ist Teil der umfassenden Assimilierungspolitik, die sich gegen die tibetische Sprache, Religion und kulturelle Eigenständigkeit richtet“, sagt Mirjam Kobold, Asien-Referentin der GfbV.

Diese Unsichtbarmachung der Tibeterinnen und Tibeter setzt sich auch in der internationalen Reaktion fort. In seinem Kondolenzschreiben an die chinesische Regierung sprach Bundeskanzler Friedrich Merz von den Betroffenen der Flutkatastrophe in „China“, ohne Tibet auch nur zu erwähnen.

„Diese Flut ist eine schreckliche Naturkatastrophe. Doch dass wir kaum erfahren, was den Menschen in Tibet widerfährt, ist die gezielte Politik Chinas“, sagt Kobold. „Wenn der Bundeskanzler Tibet nicht beim Namen nennt, spielt er der chinesischen Führung in die Karten. Die Bundesregierung darf die Unterdrückung der Tibeterinnen und Tibeter und die Zensur unabhängiger Berichterstattung nicht länger als innere Angelegenheit Chinas abtun – und sollte bei der eigenen Wortwahl anfangen.“ Die Äußerung von Friedrich Merz kritisierte auch die Tibet Initiative Deutschland: „Selbst inmitten einer Katastrophe drohen die Stimmen, Erfahrungen und Schicksale der Menschen in Tibet unsichtbar zu werden.“

Die GfbV fordert die Bundesregierung auf, sich gegenüber der chinesischen Regierung für einen freien Zugang zu Tibet einzusetzen. Zudem müsse sie sich für Straffreiheit für Betroffene einsetzen, die mit Angehörigen im Ausland oder mit Medien kommunizieren, sowie für die Achtung der Religions- und Kulturfreiheit der tibetischen Bevölkerung und ein Ende der fortgesetzten Assimilierungspolitik.

Das Trishuli-Tal mit dem Berg Lirung II im Hintergrund, gesehen von Dhunche im Distrikt Rasuwa in Nepal. Foto: Rajivkilanashrestha, CC BY-SA 4.0