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Ripetizione parziale del voto per le presidenziali nella Republika Srpska (8 febbraio) – Le istituzioni dell’UE devono sanzionare i passi indietro della democrazia

Bolzano, Göttingen, Sarajevo, 6 febbraio 2026

Un cartello della Republika Srpska nei pressi di Sarajevo. Foto: GfbV

L’Associazione per i popoli minacciati (APM/GfbV) considera il nuovo scrutinio per la carica di presidente della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, come un serio banco di prova per la credibilità dell’Unione Europea. “La ripetizione delle elezioni non è un errore amministrativo isolato, ma l’espressione di carenze democratiche sistemiche note da anni e finora troppo spesso tollerate dalle istituzioni europee”, sottolinea Belma Zulčić, direttrice della GfbV in Bosnia-Erzegovina. L’8 febbraio le elezioni dovranno essere ripetute in 136 seggi elettorali, dopo che la commissione elettorale di Sarajevo ha riscontrato gravi irregolarità.

La responsabilità delle irregolarità elettorali non ricade solo sulle autorità locali e sugli attori politici locali, ma anche espressamente sull’Unione Europea e sulle sue istituzioni competenti. L’UE è tenuta, in base al diritto internazionale e europeo, a far rispettare la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani come requisiti fondamentali per l’adesione della Bosnia-Erzegovina. Il continuo tollerare l’erosione democratica nella Republika Srpska costituisce una violazione dei propri principi fondamentali e dei meccanismi di condizionalità dell’UE.

Particolarmente allarmante è il persistente clima di intimidazione nella Republika Srpska. L’abuso di potere istituzionale, la discriminazione strutturale dei gruppi etnici non serbi, il revisionismo storico aperto e la negazione del genocidio sono attivamente promossi dalla leadership politica della Republika Srpska sotto Milorad Dodik. In queste condizioni, i presupposti per elezioni libere, eque e segrete non sono soddisfatti.

L’APM/GfbV esorta la Commissione europea, il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), la delegazione dell’UE in Bosnia-Erzegovina e gli Stati membri del Consiglio dell’Unione europea non solo a osservare il processo elettorale, ma anche a valutarlo dal punto di vista giuridico e ad adottare misure vincolanti in caso di nuove violazioni. Un semplice accompagnamento politico senza conseguenze non è compatibile con l’obiettivo di promuovere la democrazia.

L’Associazione per i popoli minacciati esorta espressamente le istituzioni dell’UE a:
– definire chiaramente la manipolazione elettorale, l’intimidazione politica e l’abuso di potere istituzionale come violazioni dei principi democratici fondamentali,
– adottare misure politiche e finanziarie mirate contro i responsabili, compresa la sospensione o la limitazione degli strumenti di finanziamento dell’UE,
– collegare in modo inequivocabile i progressi nel processo di integrazione dell’UE alle riforme dello Stato di diritto, alla protezione delle minoranze e al riconoscimento delle sentenze dei tribunali internazionali.

Se le ripetute violazioni elettorali, le intimidazioni politiche e i passi indietro della democrazia nella Republika Srpska non hanno conseguenze, le istituzioni dell’UE legittimano di fatto questi sviluppi. Il ripetere le elezioni in condizioni strutturalmente antidemocratiche non è un correttivo democratico, ma un sintomo di fallimento istituzionale. L’Unione europea ha il dovere di affrontare questo fallimento con chiare conseguenze giuridiche e politiche.