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Vertice NATO ad Ankara (7-8 luglio) – La Turchia non è mai stata un vero partner

Bolzano, Göttingen, 6 luglio 2026

Commemorazione ad Hannover nel 2012 in ricordo del massacro di Sivas del 2 luglio 1993. Foto: Bernd Schwabe, CC BY-SA 3.0

L’Associazione per i popoli minacciati (APM/GfbV) considera il vertice NATO del 7 e 8 luglio nella capitale turca Ankara come un’ulteriore conferma del fatto che i governi della NATO antepongono gli interessi geopolitici alla pace, alla democrazia, ai diritti umani e alle minoranze. Sebbene questi valori siano sanciti dallo statuto della NATO, proprio il Paese ospitante, la Turchia, li calpesta costantemente. Se i governi degli altri Stati membri della NATO prendessero sul serio i propri valori, avrebbero dovuto rifiutare Ankara come sede del vertice NATO. Anche l’incontro previsto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader islamista siriano Ahmed al-Scharaa è espressione della priorità data agli interessi di potere.

I governi della NATO giustificano il loro sostegno alla Turchia in tutte le sue guerre e i suoi crimini con l’importante posizione geopolitica del Paese. La cosa macabra è che i detentori del potere in Turchia, dal primo giorno della loro adesione alla NATO fino ad oggi sotto Erdogan, non hanno mai agito come veri partner militari. Uno sguardo agli attuali conflitti e alle guerre in Ucraina o in Iran dimostra che lo Stato turco non ha mai adempiuto ai propri obblighi di alleanza. Nella guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, la Turchia ha di fatto mantenuto una posizione neutrale ed ha evitato tutte le sanzioni dei governi della NATO contro la Russia. Anche nel caso dell’Iran, lo Stato turco non si è dimostrato leale.

Da quando la Turchia è entrata a far parte della NATO il 18 febbraio 1952, i governi della NATO non hanno mai contribuito a rafforzare la democrazia in Turchia. Al contrario: la NATO sarebbe stata indirettamente coinvolta in diversi colpi di Stato militari in Turchia, al fine di schiacciare il movimento democratico. Solamente in seguito del colpo di Stato militare del 12 settembre 1980, in Turchia furono arrestate circa 650.000 persone, 50 furono ufficialmente giustiziate per impiccagione, per altre 7.000 fu richiesta la pena di morte e almeno 171 persone morirono, come dimostrato, a seguito di torture. Quasi 300 persone hanno perso la vita nelle carceri in circostanze poco chiare o sospette. Circa 95 persone sono state uccise a colpi d’arma da fuoco per strada.

Gli altri Stati della NATO devono essere consapevoli che gli interessi della Turchia e quelli della NATO non coincidono. La Turchia sostiene in tutto il mondo l’Islam politico radicale e arma milizie islamiste, che a loro volta uccidono persone di altri gruppi etnici e rapiscono le loro donne. Un esempio lampante è il cosiddetto “Stato Islamico”, che ha commesso crimini di genocidio contro minoranze etniche e religiose in Iraq e in Siria, tra cui curdi, yazidi, drusi e cristiani. Quasi tutti i combattenti dell’IS provenienti dall’estero sono entrati in Iraq e in Siria passando per la Turchia. Anche denaro e armi sono arrivati attraverso il confine turco.

Alcuni governi della NATO si sono schierati dalla parte dell’esercito turco, sostenendo che ne fossero i custodi del laicismo in Turchia. In realtà, la NATO ha attivamente promosso l’islamizzazione dello Stato turco. A soffrire di questo sviluppo sono soprattutto i circa 20 milioni di aleviti e le donne del Paese. Anche i circa 20 milioni di curdi sono stati sistematicamente perseguitati, oppressi, espulsi o assassinati dallo Stato turco con il sostegno della NATO. Con armi provenienti da altri Paesi della NATO, villaggi e città curdi sono stati distrutti o dati alle fiamme. A nostra conoscenza, nella guerra contro i curdi, a partire dagli anni ’80, la Turchia ha distrutto o sgomberato con la forza più di 4.000 villaggi curdi. Nel conflitto armato tra lo Stato turco e il PKK, secondo i dati ufficiali, si sono registrati complessivamente tra i 40.000 e i 45.000 morti. Le vittime comprendono combattenti del PKK, membri delle forze di sicurezza turche e migliaia di civili. La distruzione e lo sgombero forzato dei villaggi hanno inoltre causato l’esilio di circa tre milioni di persone dalla loro terra d’origine.

I governi della NATO giustificano il loro sostegno alla Turchia, tra l’altro, con la lotta al terrorismo del PKK. Al più tardi da quando Abdullah Öcalan, il fondatore del PKK incarcerato 27 anni fa, ha indotto la sua organizzazione a deporre le armi e a sciogliersi, questa giustificazione è ormai superata. Eppure, anche a questa iniziativa dei curdi lo Stato turco continua a rispondere con divieti, arresti e persecuzioni. La NATO non è nemmeno in grado di indurre uno dei propri membri a rispettare i diritti umani e delle minoranze e a risolvere i conflitti in modo pacifico. Questa alleanza non può affermare seriamente di promuovere la libertà e la democrazia.