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La Cina non può decidere la successione - I governi europei devono tutelare la libertà di religione dei tibetani

In occasione del 91. compleanno del Dalai Lama

Bolzano, Göttingen, 3 luglio 2026

Marcia di protesta di Tibetani in Svizzera per chiedere la liberazione dell'11. Panchen Lama. Foto: Central Tibetan Administration

In occasione del 91. compleanno del Dalai Lama, che si celebrerà lunedì prossimo (6 luglio), l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM/GfbV) mette in guardia contro il tentativo del governo cinese di appropriarsi della questione della sua successione. In questo modo, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) rivendica il controllo su un’istituzione religiosa su cui non ha alcuna autorità.

Quando nel 1995 il Dalai Lama riconobbe il Panchen Lama, Pechino fece rapire il bambino di sei anni, e insediò un proprio candidato. Gedhun Choekyi Nyima è scomparso da 31 anni. C’è da temere che il Partito Comunista (PCC) stia pianificando qualcosa di simile per la massima istituzione del buddismo tibetano.

Il Dalai Lama è il capo spirituale di molti tibetani. I maestri spirituali del buddismo tibetano sono chiamati lama. Secondo la credenza tibetana, alcuni di loro sono considerati reincarnazioni consapevoli dei loro predecessori e, dopo la loro morte, vengono riconosciuti in un bambino. Così anche l’attuale Dalai Lama è stato individuato all’età di due anni. È proprio questo processo religioso che lo Stato cinese rivendica per sé: dal 2007, con un decreto amministrativo, la RPC sottopone il riconoscimento di tutte le reincarnazioni a un obbligo di autorizzazione statale e ha dichiarato illegittime le reincarnazioni dei lama al di fuori della Cina. Secondo il PCC, il prossimo Dalai Lama dovrà essere individuato in Cina e confermato dal governo centrale. L’obiettivo che si cela dietro questa mossa è evidente: chi occupa la massima carica religiosa detiene il controllo sulla religione nel suo complesso. In questo modo anche il buddismo tibetano dovrebbe essere assoggettato alla visione unitaria di Pechino.

I governi europei tacciono sulla questione della successione. Chi limita il dialogo con Pechino al commercio e all’accesso ai mercati, ignorando diritti fondamentali come la libertà di religione dei tibetani, lascia campo libero al Partito Comunista e ne accetta le regole del gioco. L’Associazione per i Popoli Minacciati non riconoscerà un Dalai Lama insediato dal Partito Comunista.

Cinque relatori speciali delle Nazioni Unite hanno criticato i piani e il quadro normativo cinese per il 2025 come una violazione della libertà di religione e hanno avvertito che un successore insediato in contrasto con le tradizioni tibetane non avrebbe «alcuna autenticità culturale, religiosa o comunitaria».

Le ingerenze del PCC nell’identità tibetana si spingono tuttavia ancora oltre: proprio il 1. luglio è entrata in vigore la nuova legge sull’«unità etnica», che obbliga le comunità religiose alla «sinicizzazione». Molti tibetani in esilio parlano di un genocidio culturale.